Pioveva fuori dal club, una pioggia tiepida e gentile che non dava fastidio a nessuno. Odore di ristoranti nei vicoli acciottolati, rumore di piatti e coltelli, bicchieri e tazze. Tappeti di neon rosso erano stesi sulla rue Saint-Benoit per dare il benvenuto a chiunque vi fosse entrato. Il traffico scorreva pigro, c’erano taxi per tutti. Due studenti passarono ridendo, mano nella mano. Lei spingeva una pesante bicicletta nera, con una pila di libri nel cestino; lui portava sotto il braccio una sottile borsa di dischi. Fermandosi sul marciapiede, udirono le note di un pianoforte jazz, provenienti dal Saint-Germain. Lui si voltò verso di lei e rise forte mentre attraversavano la strada.
- Pourquoi tu ris?
- Aucun raison.
- Aucun raison?
- Oui.
- T’es fou.
- Je suis fou?
- Oui.
- Bon, alors j’aime bien être fou - disse, baciandola e sorridendo di nuovo, perché tutta la fortuna del mondo era con loro. Ci aveva pensato proprio un attimo prima: la felicità di Parigi, l’amore della bella ragazza, che cosa voleva di più? Solo un pò di jazz avrebbe potuto rendere la scena ancora più assurdamente perfetta. Ed ecco: un assolo di piano che sta per finire, gli applausi scrosciano tutt’intorno come pioggia.
Tratto da Natura morta con custodia di sax. Storie di jazz di Geoff Dyer, edito in Italia da Instar Libri (1994). Il sottotitolo Duke, Monk, Lester Young… non com’erano ma come me li immagino suggerisce come il jazz diventa romanzo nel contenuto e nella forma swingante. Un libro che racconta di vite piene di musica e crea un’atmosfera unica che ci piace e ci ispira. Da leggere. Il libro ha ricevuto il prestigioso Somerset Maugham Award.
Così la critica italiana e internazionale:
Quello di Dyer, altro bianco fottuto, rischia di essere il primo libro sensato sul jazz.
Si legge come se si ascoltasse uno splendido disco di jazz.
Sono pochi i libri sul jazz scritti con tanta tenerezza e premura.
Ispirandosi all’ascolto di personaggi quali Mingus, Monk, Bud Powell, Art Pepper e Lester Young, e alle loro fotografie più significative, Dyer ha costruito otto variazioni come otto romanzi superconcentrati, otto storie ad alta gradazione alcolica da bere tutto d’un fiato. Il risultato mi pare straordinario.
Herbie Hancock, jazzista complesso, ha spesso contaminato la sua musica con iniezioni di pop e e altri generi commerciali, attirandosi la critica dei puristi, ma resta un grande del pianoforte che sa creare musica apprezzata anche al di fuori dell’ambiente. Come nel caso di River: The Joni Letters, del 2007, che ha riportato il premio Album Of The Year ad un disco jazz dopo 43 anni (l’ultimo era stato Getz/Gilberto di Stan Getz e João Gilberto, pubblicato nel 1964) ed ha ovviamente vinto anche il Best Contemporary Jazz Album. L’album è un omaggio alla musica di Joni Mitchell a cui hanno collaborato voci di grande calibro come Norah Jones, Tina Turner, Corinne Bailey Rae (nella River che proponiamo qui), la stessa Joni Mitchell, la brasiliana Luciana Souza e Leonard Cohen.
Insieme a Hancock suonano Wayne Shorter al sassofono, Dave Holland al basso, Vinnie Colaiuta alla batteria e Lionel Loueke alla chitarra.
Monk, protagonista di uno degli episodi del libro, interpreta uno standard di Duke Ellington, anch’esso presente nei racconti.
Caravanserai come metafora del viaggio, dell’incontro e della sintesi tra individui, culture e generi musicali. Caravanserai come l’album del 1972 di Carlos Santana, chitarrista messicano e profeta del crossover, che in quel periodo si esprimeva con un cocktail di rock-blues, vibrazioni californiane e percussioni latine. Caravanserai come tag per le nostre playlist di musica meticcia, dove il mix non si ferma all’alternanza di canzoni di origini diverse - come potrebbero alternarsi gli ospiti alla tavola del nostro immaginario caravanserai - ma arriva spesso anche dentro ogni singolo pezzo - come si potrebbero mescolare, a quella tavola, nei piatti dei commensali i sapori delle spezie che ognuno ha portato dalla propria terra.
Angélique Kidjo, africana del Benin, canta da molti anni ma la sua consacrazione a nuova stella della world music avviene nel 2008 quando il suo disco Djin Djin - nel quale duetta, tra gli altri, con Alicia Keys, Peter Gabriel, Joss Stone, Brandford Marsalis - vince il Grammy Award come Best Contemporary World Music Album. La sua Mysterious Ways, cantata in parte in yoruba e in parte in inglese, è coinvolgente e piena di vita.

Capigliatura afro, stile very cool, bellissima: a prima vista sembrerebbe più una giovane diva dell’r'n’b che una jazzista e virtuosa di uno strumento difficile come il contrabbasso. Americana, di madre spagnola, suona e canta, ottimamente, in inglese, spagnolo e portoghese; i critici sono prudenti a dare definizioni troppo entusiastiche eppure Esperanza ha confezionato un album di debutto molto piacevole e pieno di smoothness.
Proponiamo la sua fresca interpretazione di Body And Soul, uno standard del jazz.
Un tributo sui generis a New York City e alla sua lunga storia di città che accoglie persone da tutto il mondo. Ospiti di Steve sono i Forro In The Dark, band neo-folk brasiliana che ha fatto della grande mela la sua residenza.
Restiamo a New York, da sempre culla del meltin’ pot musicale più interessante: i Kokolo Afrobeat Orchestra reinterpretano, trasfigurandolo in chiave afro+latin+funk, un classico di James Brown.
Il loro album Heavy Hustling si candida ad essere una delle produzioni più interessanti di questo inizio d’anno.

Dub Colossus è il nuovo progetto musicale di Nick Page - fondatore e leader dei Trans Global Underground. L’album A Town Called Addis nasce dalla collaborazione tra il visionario artista inglese e alcuni straordinari cantanti e musicisti etiopi. Il Dub incontra il blues sognante, i groove ipnotici, il jazz e fiati di ispirazione funk, il tradizionale canto etiope azmari e il reggae anni 70: il risultato è un infuso affascinante e pieno di soul.
In Azmari Dub la voce solista è di Sintayehu ‘Mimi’ Zenebe, considerata l’Edith Piaf d’Africa.
La serie Inspiration Information, della Strut Records, mette insieme vecchi profeti del reggae con i loro discepoli: l’incontro tra Horace Andy e Ashley Beedle funziona a meraviglia. La loro cover degli Stones è ruffiana quanto basta per suonare proprio bene.
I like too many things and get all confused and hung-up running from one falling star to another till I drop. This is the night, what it does to you. I had nothing to offer anybody except my own confusion. Jack Kerouac in On The Road (1957)